GUARDANDOCI INTORNO. I CENTRI COMMERCIALI, LE MAFIE FANNO SHOPPING

 

Sono diverse le inchieste di corruzione in cui fanno capolino i centri commerciali.

Sono storie di politica locale condita da mazzette. Tante, profumate, mazzette. E sono altrettante le vicende legate ai centri commerciali contestati dalle comunità locali, giganteschi insediamenti a ridosso di piccoli paesi, che si mangiano fette di territorio, che trasformano non solo i luoghi, ma anche l’ambiente sociale e culturale, o che addirittura (vedi Liguria) vengono realizzati in zone fragili, in aree minate dal rischio idrogeologico.

I centri commerciali sono stati definiti dai magistrati antimafia siciliani come “formidabili lavatrici di denaro sporco” e la loro invasione, tanto al nord quanto al sud Italia, è da considerarsi, in seno ad un aggiornamento della struttura dell’ndrangheta, come uno dei principali terreni del riciclaggio del denaro.

Quando il denaro da ripulire è tanto anche le operazioni debbono essere grosse; da qui l’acquisto dei terreni per la costruzione dei centri commerciali da parte di una “società x” a prezzo di mercato, la rivendita degli stessi ad una “società y” che edificherà il centro commerciale a valore quadruplo. Si genera un utile ufficiale della “società x” e il lavaggio è effettuato.

Il fenomeno della grande distribuzione è recente nelle regioni meridionali, ma nonostante ciò si rileva un forte e saldo intreccio di interessi. L’investimento in un polo commerciale, oltre a ripulire i proventi delle attività criminali, permette di impossessarsi della terra sostituendo l’attività’ agricola con la ben più redditizia attività edilizia e commerciale, trasformando il territorio a colpi di varianti urbanistiche.

Al nord le ‘ndrine calabresi si sono stanziate e strutturate anche nei piccoli medi centri del Veneto, Lombardia e Piemonte. Controllano i cantieri edili attraverso il monopolio del movimento terra. Le inchieste condotte dalla procura di Torino guidate da Caselli e dalla procura di Milano guidate da Ilda Boccassini hanno rivelato una presenza quasi soffocante dei clan.

“Lo abbiamo costruito noi; dal 1988 al 1993, con tutte le ditte dell’ndrangheta”. A parlare così è Rocco Varacalli, che davanti alle telecamere del giornalista Iannacone spiega come le ‘ndrine abbiano tirato su LeGru di Grugliasco, centro commerciale alle porte di Torino e proprietà della Fininvest di Silvio Berlusconi. Varacalli è un pentito che nel 2004 ha cominciato a parlare, facendo nomi e cognomi. Nell’intervista per il programma Presa Diretta, trasmesso da Rai 3, Varacalli racconta: “ci sono 300 negozi lì dentro, li ha fatti tutti mio zio. Io ho lavorato lì dentro, cinque anni. E abbiamo fatto la festa di inaugurazione il 10 dicembre 1993. E’ venuto anche il signor Berlusconi. C’erano tutte le ditte che hanno lavorato qua. E quindi c’erano tanti ndranghetisti.. I Belfiore, i De Masi, i Varacalli, i Pelle di san Luca. E la mafia pure. Perché c’era la ditta Martino. La ‘ndrangheta ha lavorato qua per cinque anni, indisturbata” (si cita la fonte: Ecomafie 2012, Osservatorio Ambiente e Legalità).

La sua attività era quella di narcotrafficante camuffato da imprenditore edile. Usava i cantieri per riciclare i proventi della droga. Con quei soldi pagava i dipendenti e poi, quando la ditta madre lo liquidava, quelle entrate erano pulite e finivano dirette in banca. Così si lavava il denaro criminale. “Come facevo io facevano tutti. Si lavorava indisturbati e tranquilli”. Secondo quanto accertato dalla magistratura torinese, nella realizzazione delle gru, la società francese partner di Fininvest ha pagato ai politici locali tangenti per un totale di 2 miliardi di lire.

Se dunque negli anni ottanta nei cantieri delle gru c’erano i Pelle e i Belfiore è quantomeno lecito il sospetto che le ditte criminali fossero al lavoro anche nelle decine di cantieri sparsi nella pianura padana.

Una delle inchieste più eclatanti riguarda il comune di Buccinasco, vera e propria colonia della ‘ndrangheta alle porte di Milano. Qui nel 2011 il sindaco e l’assessore ai lavori pubblici sono finiti in galera, accusati di aver truccato le gare per la realizzazione di alcuni ipermercati.

Si deve sottolineare in aggiunta come le opere di urbanizzazione del quartiere “Buccinasco Più”, comprendenti un progetto imponente composto da 500 appartamenti distribuiti su 160.000 mc, sono state costruite sui rifiuti nocivi. Furono, infatti, trovate tracce di idrocarburi e terra mista a gasolio, rifiuti, blocchi di cemento. A sversare quei veleni, sotto il terreno dei palazzi, sono stati, secondo il pubblico ministero, gli uomini dell’ndrangheta a cui era stato affidato il movimento terra (condanna dei capi del clan barbaro Papalia e di Luraghi) (si cita la fonte: Ecomafie 2012, Osservatorio Ambiente e Legalità).

Una vicenda simile si intravede inoltre nel progetto ambìto di riqualificazione delle aree industriali dismesse di Sesto San Giovanni, ovvero il progetto dell’Idroscalo Park, un centro commerciale del gruppo Percassi che sta sorgendo su un’area di 160.000 metri quadrati, l’ex dogana di Segrate, a ridosso dell’aeroporto milanese di Linate. Questo gigante che ridisegnerà completamente la viabilità, valutato 1,25 miliardi di euro, nasconde dietro alla sua progettazione presunti scambi di mazzette proprio per la realizzazione del centro. Su segnalazione di alcuni cittadini, le telecamere della guardia di finanza hanno ripreso i camion della Lucchini Artori Srl, già oggetto di un’interdittiva antimafia nel 2009, mentre seppellivano rifiuti speciali negli scavi del centro. Al titolare dell’impresa è stato contestato di aver interrato almeno 15.000 metri quadrati di sostanze pericolose, tra cui fresato d’asfalto e detriti contaminati da oli minerali. I terreni sono stati messi sotto sequestro (si cita la fonte: Ecomafie 2012, Osservatorio Ambiente e Legalità).

Si aggiungono a tali casi, le progettazioni di strutture commerciali giganti su territori fragili, aree a rischio, dove mettere anche un solo monolocale sarebbe azzardato, e invece si pensa bene di costruirci luoghi frequentati da migliaia di persone. E’ il caso dell’Outlet Cinque Terre di Brugnato, dove si vuole realizzare uno shopping center; si tratta di un’area compromessa dall’alluvione del 2011. Così per le aree del Comune di Arcola, su cui la regione ha posto una serie di divieti legati al rischio inondazione; le indagini, qui, inoltre, hanno appurato che il cantiere, circa 15.000 mq, era abusivo.

Altri esempi si potrebbero citare, ma in conclusione le coordinate sono sempre le stesse dietro la realizzazione di tali gigantesche opere:

 

Questo articolo vuole essere l’inizio di un dossier e di una possibilità di approfondimento delle tematiche di corruzione legate all’avvelenamento dell’ambiente e dei nostri territori. “Per contrastare sprechi e crisi è necessario smantellare le economie ecomafiose (Roberto Saviano, 2012)”.

E’ necessario, inoltre, citare la fonte da cui sono state tratte le informazioni, ossia il testo “Ecomafia 2012, Le storie e i numeri della criminalità ambientale, Osservatorio Ambiente e legalità, Edizioni Ambiente, Milano, 2012”, da cui si possono trarre molti altri spunti al riguardo.

 

 

 

 

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